Il pubblico non è stupido (2°cap.) – L’autenticità perduta

Dedicato agli artisti che si dannano l’anima nel tentativo di arrivare al grande pubblico.

Il pubblico non è stupido, non accetta il bluff ma reagisce all’autenticità. Inconsapevolmente.

Ancora una volta mi ritrovo a pensare che la crisi della musica, del suo mercato, non è poi così inspiegabile e misteriosa come si vuol far credere.
Mi sono chiesto: cos’è che disarma, ammalia e fa impazzire nel vedere la reazione di una bambina di due anni quando riceve un regalo, una sorpresa? Cosa intenerisce e affascina nel guardare gli animali, un cane, un gatto, una giraffa farsi gli affari loro?

L’unica risposta che riesco a darmi è: la spontaneità incontrollata, l’agire per istinto, l’autenticità.
Nulla al mondo risulta più dirompente ed efficace della spontaneità che fa rima baciatissima con verità.
Ho la percezione, tanto forte da risultarmi ovvia, che nella proposta musicale attuale manchi proprio l’animalità degli artisti e di tutto ciò che partoriscono. Oggi tutto risulta artefatto, costruito per qualcosa, per colpire a tutti i costi, per ottenere un risultato che abbia solo un senso: quello economico.

Raramente il prodotto nasce dalla “follia” e dall’incapacità ossessiva di trattenere quella follia dentro di sé. Facile a dirsi, difficile da dimostrare ma doveroso da realizzare.

Probabilmente è più semplice dimostrare l’esistenza di Dio che la presenza o meno di autenticità nell’arte e negli artisti. Ognuno di noi misura l’autenticità di qualcosa o di qualcuno a proprio insindacabile giudizio, col metro della propria sensibilità. Ma lasciare alla soggettività ogni valutazione non produce che altra confusione. Certamente l’unica prova empirica resta la risposta del pubblico. Ma prima di affidare al pubblico il responso estremo e insindacabile, varrebbe la pena chiedersi su quanta spontaneità reale e autenticità disarmante si regga il prodotto artistico proposto oggi.

Soffermandoci su questo aspetto, molta responsabilità ce l’hanno i produttori artistici, gli sparring partner, quelli che stanno lì per tirar fuori dall’anima degli artisti tutta l’anima degli artisti e solo dopo porgerla al pubblico nella totale nudità. I produttori sono gli ostetrici, coloro che assistono gli artisti nel partorire l’opera, la loro “comunicazione”; sono loro che devono “sentire” l’artista e pretenderne il nervo autentico prima di sigillarlo nel prodotto da offrire al pubblico. Oggi più che mai spetta al produttore scardinare l’artista dall’omologazione, togliergli quella divisa che spesso, troppo spesso, non sa nemmeno di avere e che lo rende inevitabilmente anonimo.

Ecco perchè continuo a sostenere che nella maggior parte della musica degli ultimi 20 anni si avverte la mancanza di quell’istintività che la renda ammaliante e disarmante, quel presupposto di autenticità che faccia scintillare un’opera, una canzone, un progetto artistico degno di consenso.
Allora, prima di impazzire nella ricerca spasmodica di soluzioni di marketing, forse è il caso di investire energie per recuperare dal pantano dell’apparire quell’autenticità dell’essere che fa vibrare il pubblico. L’autenticità va salvata dal risucchio dell’omologazione dei suoni, degli arrangiamenti, dei trattamenti post produttivi, delle strutture delle canzoni. In definitiva, va salvata l’autenticità dell’artista dall’omologazione della sua mente al sistema.

Come avevo già scritto qui, il pubblico non è stupido e al bluff non ci sta. Quando sente puzza di menzogna, non compra, non ti dà il like, non ti condivide sui social, non si affeziona. Ti ascolta per dirti bravo/a ma finisce lì, non riesce a volerti di più perchè non gli sei andato/a dentro a smuovergli la vita, anche se solo per tre minuti.

Se non ti compra è perché non gli piaci. Se non gli piaci è perchè non ti sente autentico. Se non ti sente autentico è perchè non lo sei, non lo sei ancora o non lo sei più.

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