Il pubblico non è stupido (1°cap.) – I testi delle canzoni

Probabilmente il successo e l’insuccesso delle canzoni non è poi così inspiegabile e misterioso, come è troppo spesso conveniente pensare.

 

Da sempre l’effetto speciale ha avuto vita breve, giusto il tempo di flashare come un fulmine e da sempre le favole hanno avuto vita eterna: la prima di tutte è stata quella di Adamo ed Eva. Ed è la capacità che ha un racconto, quando è ben raccontato, di sequestrare il lettore, l’ascoltatore, lo spettatore che fa stringere un legame col pubblico, quel pubblico che altro non aspetta che essere rapito da qualcosa pur di sfuggire alle routine.
Le canzoni di grande successo, quelle che non svaniscono più, hanno avuto, tra le altre cose, la caratteristica di essere dei racconti, favole, film di 3 o 4 minuti in cui l’ascoltatore veniva e viene prelevato di forza dalla realtà per essere radiotrasportato nella storia della canzone. Penso a “Volare”, “Caruso”, “My way”, “Questo piccolo grande amore”, “Mille giorni di te e di me”, “Attenti al lupo”, “Con te partirò”…

E quanto più l’autore è capace, quanto più la storia è interessante, tanto più l’ascoltatore diventa indifeso e immediatamente rapito senza opporre resistenza.
Giovanni Pascoli diceva che dentro ognuno di noi resiste per sempre un fanciullino. Chi fa arte va a dialogare con quel fanciullino ed è quel fanciullino che va stupito. I bambini, si sa, si incantano con le “storie”.
È interessante notare come la crisi del mercato della musica coincida, anche, con la scomparsa delle storie, dei racconti, delle sceneggiature dai testi delle canzoni. Non sempre, ma nella maggior parte dei casi.

Dal 2000 in poi le storie hanno ceduto il posto agli effetti emotivi, all’estetica delle parole, alla comunicazione di stati d’animo attraverso virtuosismi morfologici, canzoni al servizio delle parole e non più parole al servizio della comunicazione. Nella maggior parte dei casi, le canzoni sono, oggi, riempite di testi per poter essere finite, cantate e passare all’incasso. Sempre più raramente il testo è  una conseguenza autentica dell’urgenza di comunicare un fatto, un episodio, un racconto. Una vita alternativa che duri anche solo 3 minuti. Un ambiente diverso dal solito.
Tutto questo è coerente con un mondo in avviluppamento compulsivo sull’estetica degli involucri delle cose e non sui contenuti; e trascina con sé il senso del fare arte degli artisti, sempre più bulimici di bellezza estetica, più facile da realizzare della bellezza intrinseca. Perché la bellezza intrinseca se non ce l’hai non te la puoi inventare mentre con quella estetica ti ci puoi divertire quanto vuoi.
Ma il pubblico non è stupido, non lo convinci. Lo affascini.

Il pubblico lo puoi convincere come un fulmine ti convince del temporale, ma poi il temporale passa. Per legare a doppio nodo il pubblico all’artista c’è bisogno di affascinazione sincera, autentica, prodotta da un pensiero sincero e autentico dell’artista. Tutto il resto è marketing vuoto, bramosia di apparire senza essere.
Il problema serio è che ognuno di noi ritiene di essere sincero e autentico nelle cose che propone, ma forse la verità è troppo nascosta da anni di inganni, inganni travestiti da verità, per riuscire a essere comunicata davvero.

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